AVES MEI by Mauro Zanchi (Italiano)

testo critico di Mauro Zanchi

I. Auspicare (1)

E’ possibile una forma di comunicazione in ‘codice’ (suoni, rumori, o una “lingua senza parole”), per trasmettere conoscenza? Le intenzioni della mente, come le parole primordiali o l’inizio di un linguaggio, a volte sono profondamente contraddittorie. E in questo “a volte” forse si cela qualcosa di più interessante di una lingua intera, di un medium o di un sistema codificato. O almeno è un tentativo per evocare più di una sola interpretazione (e più livelli) a una mente attenta. Non è una via nuova ovviamente, perché quasi tutti i sistemi esoterici (benché, così orgogliosi del loro silenzio eloquente, abbiano invece continuamente cercato di assillarsi con le parole) hanno tentato di tramandare “qualcosa” con lingue ornitofone. La lingua degli uccelli (2) è, come l’argot (3) (inteso anche come viatico per nutrire le menti attente degli arguti), una via per “vedere” i significati. Dove “vedere”, anche se implica figure o immagini, è da intendere in senso più allargato, riferito ad altri sensi oltre alla vista, o a percezioni intuitive sovrasensoriali. Vi sono due metodi principali d’insegnamento dei misteri confluiti nell’argot, utilizzato come mezzo di comprensione della conoscenza e della Verità: uno “epoptico” (esoterico, basato sui simboli e le immagini) e uno “mystes” (chiuso, vertente sulla parola, di chi ha ricevuto l’iniziazione ai misteri).

Le opere che compongono “Aves mei” sono un tentativo per comprendere attraverso l’osservazione di uccelli in cattività. Forse immaginando i loro voli in potenza. Le foto esprimono un silenzio inaccessibile. Solo alcune crepe sui fondali, quasi trompe-l’oeil iperrealisti, tradiscono un’aspettativa di rivelazione. I soggetti, che dovrebbero indurre profezie di accadimenti futuri, sembrano cristallizzati, con lo smarrimento degli uccelli impagliati, ammutoliti come pesci in un acquario pubblico. Durante il suo soggiorno a New York, Giorgia Valli si reca al Bronx Zoo, nel tentativo di creare un attrito tra i suoi stati d’animo, combattuti tra repulsione e fascinazione per i luoghi di prigionia degli animali. Gli scatti sono avvenuti in un luogo che confonde la percezione, avvolto da una bruma silente, quasi anestetizzante, dove i canti degli uccelli risuonano ovattati oltre il vetro. Gli scatti documentano qualcosa, uno stato d’animo posto entro la linea di veridicità negli spazi illusori che la società propone. L’immobilità dei soggetti negli scatti è eloquente. In questi spazi e tempi sospesi, in cui si avverte fortemente una frizione, l’artista è calata in un pensiero romantico-decadente, portata a imbalsamare i tentativi di seduzione e malinconia di questi animali.

Ma allo stesso tempo, cerca di andare oltre ogni autocompiacimento neo-decadentista. Si ricorda un pensiero di Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. “

“Aves mei” cerca di dare spazio, in mezzo alla prigionia interiore e al disagio esistenzialista, a un cortocircuito lirico, cercando di mostrare ciò che non è inferno in mezzo all’inferno.

 1.“Auspicio” deriva dal latino “Auspicium” (da Avispicium), e rimanda al presagio di cose future mediante l’osservazione degli uccelli.

2. Nel Medioevo francese “la langue des oiseaux” è un linguaggio segreto dei trovatori, basato su giochi di parole e simbolismi, indotti dai doppi sensi dovuti all’omofonia. Per i filosofi naturali e per i maghi del Rinascimento, il linguaggio degli uccelli è considerato la chiave per raggiungere la conoscenza perfetta, chiamata a volte la “lingua verde”. Nel Sufismo è un mistico linguaggio angelico. Nel Talmud, Salomone diviene sapiente per dono divino dopo essere stato iniziato alla comprensione della lingua degli uccelli. 

3. Secondo Fulcanelli l’argot si basa su leggi di omofonia che verrebbero applicate “conformemente alla legge fonetica che regola la cabala fonetica in tutte le lingue e senza tener conto alcuno dell’ortografia”, ed è inteso come “il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi la proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno.”

II. Il decadentismo dell’intrattenimento, ovvero la cultura del tempo libero nello zoo

Nel 1972 apre, nello Zoo del Bronx, la sezione “The World of Birds”, un’enorme esibizione indoor in cui gli uccelli sono liberi di volare.
Negli stessi anni Annette Messager lavora a Le Repos des Pensionnaires (4), un lavoro in cui decine di passeri tassidermizzati vestono piccoli indumenti a maglia, per poi essere accuratamente disposti in vetrine in stile museo di storia naturale. Qui spicca la frizione tra la giocosità infantile in contrasto con la meticolosità seria, scientifica, con cui sono disposti gli uccelli negli espositori museali. Elementi surrealisti innescano un senso dell’assurdo, una dolcezza oscura e terribile, cucita con sentori di critica pungente.
Nel 1976 Hiroshi Sugimoto scatta Dioramas, fotografie presentate in musei di storia naturale, che ritraggono animali imbalsamati in habitat artificiali.
Nel 2013, a New York, Giorgia Valli fotografa una sorta di tableau vivant con volatili in cattività, che diventano metafora della lontananza da un habitat sentito come naturale e proprio. Il registro non è scientifico, ma intimista e riferito al tema del non sentirsi a casa da nessuna parte. E in questa delocazione lo stato d’animo cerca relazioni di senso, sia di stampo filosofico sia di matrice letteraria. La prima sezione della raccolta I Fiori del Male di Charles Baudelaire reca il titolo Noia Ideale, all’interno della quale si trova la poesia Albatros. L’autore istituisce un paragone tra la condizione di vita dell’albatro, un uccello marino, e quella del poeta. Il poeta come l’uccello è capace di volare con la mente e la fantasia e di sovrastare gli altri uomini, ma è un essere solitario e indifeso quando sta nel suo ambiente. Quelle qualità rendono il poeta goffo nella banalità dell’esistenza borghese.
Il tema delle fotografie “Aves mei” parrebbe evocare il contrasto tra l’artista e la società. Quest’ultima si comporta verso l’artista come i marinai con l’albatro: hanno catturato l’uccello marino, il re dei cieli, il viaggiatore alato, solo per divertirsi a stuzzicarlo e prenderlo in giro. In realtà, principalmente, si tratta di scatti istintivi, derivati da una fascinazione, non compresa fino in fondo nel momento stesso in cui si sta percependo, fascinazione di frizioni, che ha mosso sensazioni e pensieri controversi. Gli uccelli sono stati percepiti come correlativi oggettivi di uno stato d’animo irrequieto, in attesa di voli, imprigionato entro un’atmosfera ben colta dalla poesia di Baudelaire.
Siamo condotti all’interno di un’enorme voliera. I volatili inseriti in un ambiente artificiale, che mostra segni di decadenza strutturale, sono ciò che Valli riconosce come casa. Ma allo stesso tempo, le foto segnalano che l’artista si sente estranea ed esiliata nella società anglosassone newyorchese che la ospita, portata a vivere in un mondo che non gli appartiene, come gli uccelli provenienti da altri continenti, qui costretti a volare sotto vuoto.
Quando il volo viene impedito, l’habitat fittizio di questi uccelli diventa non solo la loro casa ma il mondo. Si arriva a una identificazione “altra” tra Io e mondo. L’Io decadente, insomma, caduto l’entusiasmo per i valori romantici, si ritira dalla vita pubblica e, rinchiuso in uno spazio eburneo d’esilio, contempla il divenire. In fondo, ciò che prova l’artista è una sorta di dissociazione dalla classe borghese in cui non si riconosce più: si scopre sola, smarrita e osserva in una sorta di autocommiserante apatia gli stimoli remoti ed ancestrali che divengono emozione. Nessun volo… verso l’infinito. Non più. C’é sofferenza, molta. Eppure sfumature barocche imprigionate in colori freddi e tra segni incisivi, l’atmosfera straniante, piccole crepe sul fondale tradiscono l’idillio: siamo allo Zoo, entro il decadentismo dell’intrattenimento, nella cultura del tempo libero. E la nebbia dell’inverno atlantico è prossima a incedere col suo gelo sulle ali dei volatili in cattività.

4. Il titolo macabro suggerisce che gli uccelli sono “pensionanti” temporanei nel museo. Pare ricordare il tipo di spiegazione che si può dare a un bambino terrorizzato quando lo si accompagna in un museo di storia naturale per mostrargli animali imbalsamati.

Bibliografia

Aristofane, Gli uccelli
Geoffrey Chaucer, Il Parlamento degli Uccelli
H.R. Ellis Davidson, Myths and Symbols in Pagan Europe: Early Scandinavian and Celtic
Religions, 
Syracuse University Press: Syracuse, New York 1988.
Rene Guenon, The Language of the Birds, in “The Treasure”, 1998.